|
Santa Severina è un antico borgo medievale, situato al centro della provincia di Crotone a metà strada tra il mare Ionio e i monti della Sila al centro di un ameno paesaggio collinare,con il fiume Neto che percorre il suo territorio per circa 10 Km.
La cittadina sorge su una rupe al centro di una vasta vallata che la fa apparire come una grande nave di pietra.
Questa città, sopravvisuta nel tempo, è riuscita a cristallizzare, quali appendici naturali dei suoi dirupi, le pietre murate dei suoi significativi monumenti. Questi attestano ancora oggi i trascorsi di una lunga e importante storia. In Santa Severina quasi tutto si è eccezionalmente conservato, sfidando le avversità dei tempi.
Sulla piazza si affacciano i tre monumenti più importanti di Santa Severina: la Cattedrale, il Battistero ed il Castello.
Dai cosidetti “spuntoni” situati l’uno di fronte all’altro, si possono ammirare panorami veramente suggestivi: a sinistra si vedono le montagne della Sila e a destra l’ampia vallata del Neto, fino al mare. La piazza, prima in terra battuta poi asfaltata, fu pavimentata nei primi anni ottanta con cubetti di porfido scuro e marmo bianco.
Da vedere
- Il castello
Maestoso ed imponente, a dominio della valle del Neto, arroccato com’è sulla parte più elevata della rocca su cui poggia Santa Severina. E’ un edificio poderoso, munito di un robusto mastio quadrilatero, quattro bastioni sporgenti in corrispondenza d’altrettanti torrioni angolari coronati da mensole decorate e caditoie. Intricati labirinti sotterranei, una mastodontica cinta muraria merlata ed il profondo fossato che lo circonda su tre lati, completano l’opera, senz’altro tra le più belle, complesse e meglio conservate costruzioni militari del Meridione.
Voluto dal normanno Roberto il Guiscardo, nel 1076, fu edificato sull’antico kastron bizantino, a sua volta impostato, forse, su una preesistente rocca romana. Certamente bizantini sono la muraglia di sbarramento, la cisterna presso la torre di sud-ovest, la necropoli e i resti della chiesa, con gli affreschi sulle pareti.
Quasi del tutto scomparso il riadattamento voluto da Federico II di Svevia, nella prima metà del 1200, celato dagli interventi successivi; ben visibili invece le modifiche effettuate dagli angioini: le strutture perimetrali del mastio, la parte più appariscente dell'antico maniero, e le difese merlate delle cortine, dotate di arcaici punti di sparo, e dei torrioni circolari. Solo piccole migliorie, come alcuni punti di sparo nei torrioni, furono apportate dagli Aragonesi.
Ai Carafa si devono i più consistenti lavori d’ammodernamento: il primo fu Andrea I, conte dal 1496 al 1526, che fece costruire i rivellini meridionali, tre baluardi, due fronti difensivi e la residenza feudale, oltre alla cinta muraria della città, con le relative porte.
Il nipote Galeotto, dal 1527 al 1556, volle un nuovo impianto fortificato e fece innalzare la maggior parte delle strutture della fortezza racchiusa nel primo perimetro. A lui si deve anche l'altana posta tra i due bastioni del lato orientale, oggi stupendo belvedere da cui ammirare il marchesato fino a Crotone e allo Ionio.
Andrea II, dal 1557 al 1569, completò le strutture in cima al fronte del Campo e fece costrure le fabbriche del fronte meridionale, mentre il figlio Vespasiano non riuscì a completare quelle del rivellino dell'avamposto, che pure aveva impostato.
I Ruffo, subentrati ai Carafa, vi apportarono solo qualche piccolo aggiustamento, ma il castello aveva già perso le sue funzioni militari per diventare residenza: agli Sculco, prima e ai Greuther, poi, il merito di avere ammodernato, tra il 600 ed il 700, la residenza feudale, ingentilendola, restaurandone i pavimenti, costruendo volte dipinte, e decorandone alcune sale con stucchi ed affreschi.
Nel 1806, il castello fu incamerato dal Demanio, venduto a privati ed abbandonato fino all’acquisto da parte del Comune, nel 1905, che lo trasformò in sede municipale e ne restaurò le scale, i tetti, la torre ovest e le merlature. Il ponte, oltre al quale c’è il bel portale d’accesso in pietra, con stemma e trofeo in marmo degli Sculco, è del 1836.
Dal 1932 il mastio è sede del Liceo Borrelli. Attualmente il castello è sede del museo e della Pro Loco.
Una menzione a parte meritano i fastosi decori che abbelliscono gli ambienti del piano nobile e che un recente laborioso restauro ha splendidamente recuperato. Fu Francesco Giordano, pittore presumibilmente calabrese, ancora poco conosciuto, ad eseguire l'intero ciclo pittorico commissionatogli, alla metà del 700 dalla famiglia Greuther, realizzando una delle più notevoli decorazioni di residenze private in Calabria.
Un ricco addobbo rococò, nel salone di rappresentanza, circonda il medaglione centrale, che raffigura "Il Trionfo di casa Greuther", vera e propria apoteosi della famiglia committente, ribadita da "le virtù del Principe", nel boudoire. Molto bella è Selene, dea della notte, nella stanza da letto. Degni d’attenzione, infine, gli episodi della vita di Cristo nella cappella.
- Cattedrale di Santa Anastasia
Sant’Anastasia è la Santa protettrice di Santa Severina. Il giorno a lei dedicato è il 29 Ottobre, ma ogni 9 Marzo, si usa ancora oggi, fare una processione per le vie dell’antico borgo medioevale, dove si espone il braccio d’argento contenente la reliquia della Santa, regalato da Roberto il Guiscardo all’arcivescovo del tempo, nell’anno 1100. Questa processione viene fatta in ricordo del terribile terremoto che si verificò nel 1648, che scosse e distrusse tutto il crotonese, ma lasciò quasi indenni, Santa Severina e i suoi abitanti, i quali, in onore della Santa che li aveva protetti, da allora aggiunsero nella sua iconografia, precisamente sul libro che ella regge nella mano sinistra, la miniatura del paese.
- Il Battistero
Il Battistero, od Oratorio di San Giovanni Battista, è la massima espressione del passato bizantino di Santa Severina. Sebbene sia il più antico della Calabria, è l’unico monumento bizantino anteriore al Mille quasi perfettamente conservato, oltre alla Cattolica di Stilo.
Unito in modo non organico al lato settentrionale della Cattedrale, fu edificato tra l’VIII ed il IX secolo e per secoli creduto un antico tempio pagano, sede di una Sibilla.
A prima vista è un monumento privo di armonia tra le parti architettoniche, sconnesso e poco elegante, ma ha una pianta circolare con quattro bracci ortogonali che lo rendono unico in Italia. Gli accurati studi e restauri del 1927 hanno inoltre dimostrato la perfetta correlazione tra i bracci ed il corpo centrale, evidenziandone così la pianta a croce greca.
Quattro finestre a traforo, alle pareti dei bracci, sono le uniche fonti di luce naturale del Battistero.
I restauri hanno anche scoperto le modifiche che il monumento aveva subito per la costruzione della Cattedrale: il braccio di sud-est accorciato per effettuare il collegamento interno tra i due edifici; l’attuale ingresso, in origine nel braccio di nord-ovest, trasferito in quello di sud-ovest; demolito il braccio di nord-est per far posto alla nuova sacrestia nella Cattedrale.
Dall’esterno, chiaramente distinguibili tre elementi sovrapposti: il corpo cilindrico dell’atrio, il tamburo ottagonale, che è l’alzata della cupola, in rozzo laterizio, ed un lanternino cieco di forma cilindrica, l’ombrello. La copertura in coppi è su quattro livelli. Un bel portale in tufo, ad ogiva, risalente al periodo svevo, è l’accesso.
All’interno, un atrio circonda le otto colonne che sorreggono la cupola ad ombrello aperto, formata da altrettanti spicchi e senza costole. Le colonne, diverse per diametro e materiali, provengono da vari edifici preesistenti. Solo una è in laterizio, le altre di granito. Capitelli e pulvini presentano motivi ornamentali arcaici.
- Chiesa di Santa Filomena o Pozzoleo
A destra, per chi sale verso la Piazza principale, sorge la chiesetta di Santa Filomena o Pozzoleo.
La sua cupola dà un’intonazione orientale al paesaggio. Essa è costituita da un tamburo cilindrico, con feritoie orientate verso i quattro punti cardinali ed è abbellita da sedici piccole colonne sormontate da piccoli capitelli con decorazioni a fogliame. La chiesetta si compone di due piani, ciascuno con una sola navata. L’ambiente superiore, dedicato a Santa Filomena, termina con una piccola abside semicircolare e sporgente, munita di una feritoia e presenta due porte d’accesso gemelle, ad arco a sesto acuto, con doppia cornice. Entrambe le cornici esterne delle porte gemelle, evidenziano lo stesso elemento decorativo dei capitelli della cupola . La chiesetta è illuminata oltre che dalla feritoia dell’abside, da altre due finestre bifore poste una sul lato est e l’altra sul lato sud. L’ambiente inferiore, dedicato alla Madonna del Pozzo, era una cisterna di età bizantina.
- Chiesa dell'Addolorata
Fu probabilmente la prima Chiesa Cattedrale della Metropolia di Santa Severina. Fu quasi totalmente ristrutturata intorno al XVIII secolo, per cui, l’antica struttura e gli originali particolari costruttivi, vennero occultati, lasciando in evidenza caratteristiche di stile Barocco meridionale. Lo studioso Paolo Orsi nel 1911 rilevava, con le sue ricerche, una Basilica a tre navate con tre piccole absidi; la navata centrale era separata dalle secondarie mediante dodici pilastri a sezione quadrata che furono incorporati nella muratura. Quando fu costruita la Cattedrale latina, la Chiesa fu intitolata alla Madonna Addolorata.
- Chiesa di Santa Maria
Anche le origini di questa Chiesa sono avvolte nelle tenebre. Già nell’apprezzo del 1687, veniva definita “antichissima”. La sagrestia di misura sproporzionata rispetto all’unica navata attuale, ci fa pensare che la chiesa fu distrutta, forse dal teremoto del 1783, e poi ricostruita annettendovi la soppressa chiesa di San Nicola che sorgeva in contrada Armirò. Fino a qualche tempo fa, i ragazzi, nel giorno di San Nicola, giravano per le case chiedendo la legna per poi accendere un falò nel piazzale davanti alla Chiesa di Santa Maria e San Nicola.
- Chiesa di Santa Lucia
Probabilmente sorse intorno al XII secolo, nello stesso periodo della “Chiesa della Addolorata”. Ha una piccola navata quasi trapezioidale, che termina con una piccola abside. Quest’ultima presenta all’esterno, sotto la gronda di tegole, un doppio filare di mattoni in coltello, a zig-zag, chiaro elemento di origine bizantina ripetuto in diverse chiese medioevali. La chiesa è detta anche “dell’Ospedale”; l’apprezzo del 1687 descrive come, accanto ad essa, sorgessero quattro stanze ad uso ospedaliero sia per i cittadini che per i forestieri che affluivano a Santa Severina durante il periodo delle fiere tradizionali di San Giovanni Minagò e di Santa Anastasia, che duravano entrambe otto giorni nel mese di Maggio di ogni anno.
- Chiesa di Sant'Anna
Sull’origine di questa antichissima chiesetta, non si hanno notizie fondate. Nel 1687 è citata semplicemente fra le sette chiese piccole di Santa Severina. Si trova poco più avanti della Chiesa dell’Addolorata, su
un’altura detta “Monte Fumiero”; ormai semi diroccata ed inaccessibile, in attesa di essere restaurata.
- Ex Chiesa dell’Oratorio
In posizione obliqua rispetto alla facciata della Chiesa Cattedrale, sorgeva la Chiesa della Congregazione della Concezione, detta dell’Oratorio del XVI secolo, con due porte ed una Cripta. Qualche decennio fa, fu ristrutturata in modo radicale al fine di essere adibita a Casa Parrocchiale, ed utilizzata anche per lo svolgimento di attività sociali; solo a fatica pertanto, si possono individuare i tratti esterni del monumento, ormai riconvertito a nuovo uso.
- Ex Monastero di San Domenico
Da “Monte Fumiero” scendendo verso ponente, si giungeva un tempo all’antico complesso di San Domenico con l’annessa chiesa ad una navata e, poco più a valle, vi era una delle porte della cittadina, detta “Porta Nova”. Di quest’ultima non è rimasto nulla, mentre del Monastero e della Chiesa, è visibile qualche rudere, tra i quali, un vano a piano terra del campanile con volta a griglia “quadripartita”, che si erge avvolto da verdissima edera.
- Chiesa e Convento di Sant'Antonio
È una chiesa del XVII secolo, annessa al convento dei Francescani.
Sulla facciata, il portale del 600, in tufo, cordonato e ornato da stemmi. All'interno, alcune cappelle magnificamente affrescate con leggende francescane, un sacello in marmo dei duchi Sculco, del 1666, ed una cantoria con stalli di legno intagliati, del XVII secolo. Il soffitto è di legno a cassettoni.
- Museo Diocesano di Arte Sacra
Ha sede nel trecentesco bel palazzo arcivescovile, antica residenza dei Metropoliti, ed è uno dei più completi e interessanti della Calabria. In otto sale sono esposti oggetti preziosissimi anche storicamente, testimonianze dell’importanza e religiosa di Santa Severina.
Tre sale sono occupate dal tesoro della cattedrale, che oltre agli antichi paramenti, agli arredi sacri, calici, ostensori, e pitture conserva il braccio d'argento con reliquia di Santa Anastasia, donazione di Roberto il Guiscardo all'arcivescovo del tempo. Pregevole è il Volto di Cristo, dipinto bizantino dell’VIII-IX secolo.
Semplicemente unico il fermaglio da piviale, probabile opera d’oreficeria francese del XIV secolo: è un fiore, forse una passiflora, a sei petali d’oro smaltato in verde, con stami in filigrana, smeraldini ed una grossa perla centrale; tra una foglia e l’altra tondini purpurei sorretti da gambi. Il tutto si dirama da una ciambella d’oro, su cui è inciso un motto latino in caratteri gotici.
Altro tesoro è la raccolta di pergamene e di documenti ecclesiastici, alcuni con sigillo pontificio originale; il più antico: una bolla di Lucio III, del 1184.
Da vedere anche il Salone degli Stemmi.
- Centro Documentazione Studi Castelli e Fortificazioni Calabresi
Un breve cenno su questo importante Centro, ubicato nel bastione dell'Ospedale.
È strutturato in due sezioni strettamente correlate tra loro: la prima ha lo scopo di creare una banca dati regionale, tramite acquisizione, conservazione e organizzazione di tutta la documentazione possibile relativa alle strutture militari calabresi; la seconda, con scopo prettamente didattico, si occupa di illustrare, mediante pannelli e plastici tridimensionali, le diverse tipologie e le evoluzioni delle architetture militari. Si evidenziano così le peculiarità e le differenze architettoniche caratterizzanti le varie dominazioni subite dalla Calabria nel corso di molti secoli.
Tra le finalità del Centro: costituire un punto di riferimento regionale e nazionale sia per studiosi, sia per un pubblico più vasto. I dati in archivio, cartaceo ed elettronico, sono disponibili a tutti e tutti possono fornire nuovi documenti.
Si propone anche di favorire iniziative per lo studio, la tutela, il restauro, la conservazione e la valorizzazione dei castelli e delle fortificazioni calabresi, che per numero e per specificità, sono una parte molto considerevole del patrimonio storico regionale.
Cenni storici
Santa Severina vanta origini remote: la fondazione, infatti, viene assegnata agli Enotri, un popolo primitivo che con i Choni e i Pelasgi abitarono questi territori dal 3.000 a. C. fino alla colonizzazione ellenica. La più antica notizia di Santa Severina viene usualmente tratta da Ecateo di Mileto, storico e geografo vissuto dal 560 al 490 a.C., che enumera tra le città dell'Enotria (antico nome della Calabria) una Siberine. I reperti archeologici, rinvenuti in zona, attestano che il luogo rimase abitato sia nel periodo della Magna Grecia che durante la dominazione romana.
Infatti, Plinio, celebrando nei suoi scritti i "Severiana vina", pare citasse, col nome romano, proprio l'antica Siberine. Stefano Bizantino, storico greco vissuto nel V° secolo dopo Cristo, conferma nei suoi scritti le antiche origini della città, ancora viva a suo tempo e negli anni a seguire per come risulta nel Breviario Lateranense, ove si legge che S. Zaccaria, papa nel secolo VIII°, di origine "greca", ebbe i natali in Siberena.
Tuttavia, le notizie certe sull'abitato risalgono al secolo IX°, quando Santa Severina fu occupata dagli Arabi, che la detennero, come emirato, dall'840 all'886 anno in cui fu riconquistata da Niceforo Foca e riconsegnata all'lmpero di Bisanzio: in seguito a ciò la città venne probabilmente soprannominata anche Nicopoli (citta della vittoria). Leone Vl° il Filosofo (886-911) elevò la citta di Santa Severina a sede di Metropolita, dipendente dal Patriarcato di Costantinopoli, assegnandole, congiuntamente, quattro diocesi suffraganee. Dal secolo IX° fino al secolo Xl° la città conobbe, probabilmente, il periodo di massimo splendore: il Battistero (il più vecchio monumento della Calabria, anteriore al X° secolo, ancora in uso) la vecchia Cattedrale, la chiesa di Santa Filomena e altre rovine sparse nel territorio, sono le testimonianze più appariscenti del periodo metropolitano.
Sul finire del secolo Xl° la città fu presa di mira dai Normanni che nel giro di qualche anno la conquistarono, sottomettendola alle loro volontà politiche e a quelle religiose della Chiesa Romana. A seguito di ciò si introdusse nelle celebrazioni ecclesiastiche il rito latino a discapito di quello greco ortodosso, sebbene quest'ultimo restasse ancora vivo per qualche secolo. La città continuò a ricoprire importanti ruoli sotto la dominazione normanna, a cui seguì, poi, quella sveva, nonché le dominazioni angioina e aragonese, sotto le quali fu coinvolta, continuamente, nelle rivolte dei Baroni. Nel 1496 la città di Santa Severina venne infeudata ed elevata a sede di contea con dominio su un vasto territorio, ricadente per intero nel Marchesato crotonese. Ferdinando II°, per il servizio reso alla Casa Reale, assegnò il primo titolo di Conte ad Andrea Carrafa; al quale subentrarono nel contado, per eredità, il nipote Galeotto, Andrea II° e Vespasiano Carrafa.
Agli inizi del secolo XVII° la Contea venne presa in signoria prima dai Ruffo e poi dagli Sculco; nel 1691 passò ai Greuther, che la detennero fino al 2 aprile 1806, data in cui il governo napoleonico abolì, con apposita legge, la feudalità. Dal 1806 in poi la città seguì le sorti del Regno di Napoli fino ai nostri giorni.
Il Museo Archeologico
Ospitato in alcune sale del castello il Museo è organizzato in due sezioni specifiche, fisicamente distinte, riguardanti gli scavi nel castello e i materiali del territorio di Santa Severina e di altre località del Marchesato.
Il visitatore che vuole percorrere un ideale itinerario nei secoli può cogliere, nella sezione espositiva dedicata agli scavi del mastio e delle altre aree del castello stesso (grazie ad una serie di pannelli didattici e ad una selezione dei reperti più rappresentativi) le alterne vicende del sito. Ricco, anche se incompleto, appare il quadro per l'età bizantina (si segnalano in particolare alcuni frammenti di affreschi e oggetti ceramici e metallici).
Intrigante ed esaustiva, invece, la fase normanna, documentata, oltre che dalle monete (folles bizantini ancora circolanti, denari d'argento imperiali e monete normanne anche particolari, quali un tarì d'oro di Roberto il Guiscardo della zecca di Palemmo e un follaro di Ruggero II° della zecca di Messina), da cospicui quantitativi di ceramiche da mensa e da dispensa. Tra le classi di produzione le più rappresentate sono quelle a bande rosse o brune e acroma, con tipiche forme quali anforoni, catini, scodelle e brocchette con filtro, affiancate da produzioni refrattarie da fuoco, quali olle e pentole.
Non mancano poi ceramiche di importazione (un piatto di produzione maghrebina con le pre dipinta in blu su fondo chiaro ed invetriate (si ricorda una lucerna), che documentano l'intensa attività di scambi e produzioni locali di questo periodo a Santa Severina. Riguardo alle attività artigianali dell'epoca, anzi, spicca un'officina per la fusione di una campana, ben illustrata nel Museo.
Per il periodo svevo, ma, soprattutto, per quello angioino, si segnalano ceramiche dalle caratteristiche inconfondibili, quali la decorazione in ocra, bruno e ramina su fondo bianco, sotto un'invetriatura impemmeabilizzante: accanto ad esse si segnalano ancora rinvenimenti monetali ed altri oggetti d'uso comune.
Per i periodi successivi (dagli Aragonesi alla famiglia Gnuther, che tenne il castello sino al 1806, e fino alla prima metà del XX° secolo), le testimonianze archeologiche di questo lungo periodo, di cui si espone una selezione rappresentativa, sono costituite da una notevole quantità di oggetti d'uso quotidiano (ceramiche di vario genere piccole suppellettili, oggetti in osso, vetro e metallo), monete perse occasionalmente e resti di pasti (ossa macellate, conchiglie, semi, gusci di tartarughe), recuperati da stratificazioni e riempimenti talvolta imponenti realizzati in locali ormai non in uso (grotte, cisterne...) o per sopraelevare piani pavimentali.
Nella sezione dedicata al territorio di Santa Severina e alla più ampia Valle del Neto, realizzata grazie ai materiali recuperati dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria e a generose donazioni, sono illustrate le vicende insediative più antiche del comprensorio, arricchendo il primo quadro presentato da Paolo Orsi. In particolare, il consistente gruppo di materiali in bronzo (rimarchevoli i rinvenimenti del dott. Francesco De Luca), recuperati tra Santa Severina e Strongoli/Petilia (centro di grande importanza dell'Eta' del Fer ro), confermano il quadro di sostanziale identita' tra gli insediamenti indigeni che coronano la piana di Sibari e quelli del comprensorio del bacino del Neto con i suoi affluenti.
Per il IV° e III° secolo a.C., la Soprintendenza Archeologica, grazie alle continue segnalazioni e consegne di materiale da parte di cittadini siberenesi e del Gruppo Archeologico Krotoniate, ha potuto formulare alcune ipotesi sulla tipologia degli insediamenti e sugli uomini che vi abitavano. Tra i materiali, imitanti prodotti di maggior pregio, si segnalano forme ceramiche e figure più semplicemente a vernice nera con incisioni sottili quali crateri e le oinochoai-brocche e vasi perbere quali gli skyphoi. Una menzione a parte meritano le statuette, quasi tutte del cosiddetto tipo "tanagrino", caratterizzate da eleganti figure femminili, drappeggiate in varie torsioni del corpo,delle quali, come sempre avviene, anche qui si ritrovano solo frammenti. Nel comprensorio del Neto sono anche rappresentate da singolari varianti, forse un po' pesanti, ma di sicuro interesse.
Santo Patrono: Sant'Anastasia - 29 ottobre
|