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Petilia Policastro sorge alle falde orientali della Sila Piccola e sul versante jonico, alle pendici del monte «Petto di Mandra» (1.681 m.), su una specie di propa rocciosa, fra il fiume Soleo e il torrente «Cropa».
Da vedere
- Centro storico
Il centro storico di Petilia Policastro si erge su una rupe, di difficile accesso, ed è un esempio di aggregato urbano sviluppatosi nel medioevo. Le strade sono strette, adattate all’orografia del terreno e formano un reticolo che fa perno su tre direttrici (via Difesa, via Petilina, corso Roma), che collegano la parte alta e la parte bassa del paese.
Nella parte inferiore esistevano sostanzialmente due porte d’accesso al paese: a porta da Judeca e a porta du Ringu.
Le prime abitazioni petiline si svilupparono intorno al castello e lungo l’asse di collegamento che portava all’ingresso sud del paese, meta di mercanti ebrei, detta, appunto, Porta da Judeca, quindi al fiume Soleo ed ai territori posti a sud dell’abitato. Quasi parallelamente, su uno spazio prima destinato ad orti, sorse la via Petilina. Anche questa strada collegava il rione Castello con un’altra porta di accesso (detta Sant’Anna, ora scomparsa) utilizzata per servire il territorio di nord-est dell’abitato.
Il terribile terremoto del 1638 distrusse parte del tessuto medievale del paese; con la ricostruzione sorsero i primi palazzi già citati; successivamente, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, e potenziata la coltivazione dell’ulivo e della vite, l’attività edificatoria si fa più intensa: vengono costruiti una serie di edifici che, partendo dal sito dove era ubicato l’antico castello, lambiscono la rupe posta al versante nord-est dell’abitato fino a Porta Sant'Anna.
Al visitatore non è difficile imbattersi, percorrendo le vie di Petilia, in quelle che gli abitanti del luogo chiamano coniceddre.
Con questo termine di origine greca (uno dei tanti che ancora affiorano nel dialetto petilino) ci si riferisce ai tempietti o alle nicchie entro i muri perimetrali delle case, in ciascuno dei quali sono collocate delle immagini sacre (siano esse dipinti o statuette, appartenenti alla tradizione iconografica cristiana), volgarmente dette cone o conicelle, che troviamo sparse per tutto il paese, ed anche fuori dall’abitato, in aperta campagna.
Il fenomeno è molto diffuso a Petilia, tanto che si possono contare almeno duecento conicelle, nel solo perimetro urbano, con una certa varietà nelle forme, qualità e datazione (alcune anche recenti): una spiegazione va dunque ricercata.
La presenza così massiccia di edicole votive testimonia una esperienza religiosa (in senso ampio) non ancora esaurita (e che affonda le sue radici in un passato remoto), di notevole spessore culturale. Le conicelle possono definirsi, secondo il sentimento popolare, vere e proprie strutture di protezione; situate o nei pressi di luoghi "critici", come i ponti e i crocicchi, o sui muri delle case, esse hanno la precipua funzione di respingere le supposte influenze nefaste; servono, inoltre, per esorcizzare quei luoghi a cui la credenza popolare attribuisce peculiarità negative, come ad esempio il punto dove è avvenuta una morte violenta.
Da sempre, nella cultura popolare, gli incroci di strade hanno significato dei veri punti critici, proprio a causa delle diverse direzioni che essi propongono, che spesso inducono confusione ed inquietudini: essi erano considerati, così come le fontane, luogo dove sostavano spiriti e presenze malefiche, che potevano attaccare i passanti. Proprio per il fatto che indicano diverse direzioni, si attribuisce a questi luoghi il carattere dell’indecisione, in cui si potrebbe incorrere, col rischio di perdersi, smarrendo l’orientamento.
La sistemazione delle conicelle, proprio in prossimità degli incroci, attribuisce al luogo sacralità e tende a neutralizzare questa loro peculiarità negativa. In questo senso, infatti, proprio la presenza di figure sacre induce le persone a farsi il segno della croce, da sempre confine invalicabile per le presenze malefiche: quando infatti lo spazio offre diverse mete, per ritrovare la giusta via, ci si affida alla sicurezza del simbolo cristiano per eccellenza.
Petilia offre numerosi esempi delle cone di tale genere. Una di queste è stata recentemente ripristinata, ed è a Foresta, nell’incrocio che immette alla strada verso la chiesa della Madonna delle Pianette; essa è certamente una delle più note nel circondario, vista la vicinanza al luogo di culto, fra i più frequentati dai devoti, soprattutto un tempo.
Altro esempio è la coniceddra presso il bivio di San Liborio, altro punto strategico, perché in un certo senso costituisce la porta principale d’accesso a Petilia.
Così, sorgono cone anche nei luoghi di mala morte, perché l’anima del morto possa riposare in pace e non infastidisca nessuno; tali strutture, poi, svolgono anche una funzione di socializzazione e protezione del territorio ed è nello stesso tempo uno spazio ritagliato per i morti ed interdetto ai vivi.
Essenziali erano (e sono) anche le icone poste a protezione delle case. La vita di tutti i giorni era un tempo (ma presso alcuni strati sociali, è ancora) caratterizzata da radicate superstizioni.
Si credeva ad entità ed esseri invisibili che, dalle loro misteriose sedi, uscivano per influenzare la vita dell’uomo, positivamente o negativamente.
Con le icone la gente ha trovato una dimensione personale della fede; non mancano, però, i momenti di socialità, di quella socialità spontanea che solo l’orizzonte della ruga (quartiere) consentiva. Condivisione totale di gioie e dolori, con gli altri e con le stesse "iconografie" sacre. Gioie che nascono proprio dalle preghiere. Dolori a cui si cerca riparo nella fede, speranzosi nell’aiuto divino, non confidando più negli uomini e nella loro scienza.
Molte icone sono poste anche nelle zone che una volta costituivano le porte di accesso della città, come quella sita nella porta da Judeca (porta della Giudaica), e lo splendido tempietto a quattro facciate sito in via Casamicciola, per non parlare di quelle site in via Sant’Anna.
Nella loro conformazione più elementare esse consistono in semplici nicchie, abbellite in seguito da fregi ornamentali, di gesso o di legno, e colonnine in bassorilievo; sono sormontate generalmente da croci e protette da ante in legno (oppure, modernamente, in alluminio), a tutto vetro.
Le immagini più raffigurate sono, nell’ordine: la Sacra Spina, la reliquia custodita nel plurisecolare santuario che porta lo stesso nome; le immagini di Cristo, della Madonna, e dei santi, con predominanza di San Francesco di Paola, co-protettore della città, insieme a San Sebastiano.
Particolarmente interessante è l’icona sita nel rione Maranna, raffigurante una Madonna greca, seduta, che ha in braccio il Bambino. Si tratta di una statua antica di pregevole fattura, alta circa un metro e venti, ritrovata in una chiesa abbandonata intitolata Santa Maria dell’Oliva; lo stesso nome Maranna nell’idioma locale significa Grande Madre (la Madonna, ma anche, se vogliamo, la Natura).
Le icone (sia quelle a tempietto, sia quelle a nicchia) poste a protezione delle case si possono osservare anche percorrendo l’arteria viaria principale che attraversa l’intero abitato di Petilia Policastro.
Altri esemplari, poi, li incontriamo visitando il centro storico del paese, e particolarmente, il rione denominato Rupa. Oltre a questa attrattiva religiosa, il visitatore potrà percorrere gli stretti vicoli che, come una sorta di dedalo, si snodano per l’intero rione, fornendo di tanto in tanto, anche scorci non usuali.
- Santuario della Santa Spina
Un suggestivo percorso di circa tre chilometri collega Petilia Policastro con il suo monumento di maggior rilevanza. Fu fondato in epoca rinascimentale, nel XVI secolo, dal cardinale Dioniso Sacco ed è adiacente all'ormai diruto convento eretto intorno all'anno 1000 dai Frati Minori Osservanti.
Tra le altre opere: una ricca pala intagliata e dorata, con piccole nicchie e dodici busti in legno scolpiti a tutto rilievo, opera barocca di scuola meridionale; gli angeli in marmo del 700, alla base dell'arco trionfale; una statua in marmo, a tutto tondo e a figura intera, della Madonna col Bambino, di scuola napoletana del 700; la Sacra Famiglia e San Michele Arcangelo, due buone copie di omonime opere di Mattia Preti, del 700; l'Ultima Cena ed una cena francescana, altre tele del 700; più antico, del secolo precedente, il ritratto del cardinale Sacco, di cui è conservato anche il sepolcro.
Tra le pitture sacre sulla volta in legno dell’annesso bianco convento francescano, San Francesco d’Assisi in estasi al suono di un violino toccato da una mano angelica.
- Chiesa dell'Annunziata
La chiesa dell’Annunziata fu chiamata anche "la nuova", per distinguerla da quella denominata
dell’Annunziata "di fuori", oggi scomparsa.
E’ la chiesa più grande nel perimetro urbano petilino; presenta una pianta rettangolare a croce latina; al suo interno c’è una navata centrale, con cappelle laterali. I pilastri siti all’interno, in pietra calcarea, presentano stucchi e cornici, e cinque archi a tutto sesto per ogni lato.
La facciata esterna della struttura può farsi risalire al ‘500, ed è sobria; nei tre portoni, di cui uno centrale più grande e due laterali più piccoli, ci sono fregi e decori. A fianco del portone principale, spiccano due lesene scanalate, che culminano con capitelli di stile rinascimentale, con due filari di foglie d’acanto, e le spirali caratteristiche dell’ordine ionico. Al di sopra c’è un architrave, decorato con un fregio con figure umane, triglifi e ornamenti vari. Il frontone, merlato verso il basso, in alto è interrotto da un rosone.
Anche le altre due porte hanno analoghi elementi decorativi. Ogni portone presenta un rosone; sopra ognuno di essi vi è uno stemma; visibile è solo quello del portone centrale, in cui figura una croce.
All’interno vengono ospitati, tra l’altro, alcuni dipinti di un certo pregio. Sull’altare domina una grande tela ad olio del ‘700, attribuita al Santanna (racchiusa in un’antica cornice in legno), che raffigura la Madonna del Rosario con il Bambino in braccio, accanto al quale c’è un coro di angioletti; in basso, si vedono le figure di S. Domenico e di S. Caterina. Gli altri dipinti, posti nelle pareti laterali, sono tutti a forma ovale: la Visitazione di Maria a S. Elisabetta (1801), la Presentazione di Gesù al tempio (1772), Gesù nel tempio in mezzo ai dottori (1828), la Resurrezione di Gesù Cristo (1802), l’Assunzione di Maria in cielo (1801).
Da segnalare anche altre due tele, appartenute al vescovo petilino Luigi Carvelli: la prima (datata 1884 e realizzata da D. Ruffo di Soriano) è una riproduzione della Madonna del Divino Amore, che ritrae la Madonna col Bambino, S. Elisabetta e S. Giovanni fanciullo; l’altra è di dimensioni maggiori e raffigura l’Adorazione dei pastori, attribuita alla scuola di Mattia Preti.
- Chiesa Matrice
Fu chiamata in origine chiesa di San Nicola dei Latini, per distinguerla da San Nicola dei Greci; la sua costruzione si fa risalire al ‘600, ed ha una struttura rettangolare, con all’interno una navata centrale, più alta ed ampia, ed altre due più strette e basse.
E’ stata sempre una chiesa importante per Petilia, perché un tempo era sede dell’Arcipretura e vi gravitava l’arciconfraternita del SS. Sacramento. Fino al 1808 l’edificio sacro portò anche il nome di "Chiesa del Santissimo". Una sua caratteristica peculiare è l’asimmetria della facciata principale, più sporgente dal lato destro del campanile; anche i fregi sono leggermente asimmetrici.
- Chiesa delle Manche
Detta anche di Sant’Antonio o del Cimitero, faceva parte dell’omonimo convento, è stata edificata all’inizio del ‘600 dai frati dell’ordine dei Riformati. In un’apposita cappella, fatta erigere da Tommaso Tronca, vi fu venerata la Vergine del Soccorso.
Alla chiesa è legato un aneddoto (riferito anche da padre Mannarino) che vede protagonista il patrizio Giuseppe Battista Rose di Catanzaro. Costui, nell’intento di sfuggire alla cattura dei soldati spagnoli, trovò rifugio dietro una edicola votiva coperta da cespugli e rovi; nella sua corsa, il patrizio subì anche la rottura di una vena, ma l’emorragia, miracolosamente, si arrestò.
Fu così che il nobile catanzarese, a motivo di ringraziamento per il duplice pericolo scampato, volle costruire una chiesetta, proprio in onore della Vergine SS. del Soccorso. L’edificio venne eretto nel luogo preciso dove c’era la nicchia con il quadro: esso raffigurava la Vergine nell’atto di soccorrere, con un bastone in mano, un fanciullo insidiato da una serpe.
- Chiesa di San Francesco
E’ sorta sui ruderi della chiesa di S. Maria dei francesi intorno al 1690. Sulla porta laterale della chiesa è presente una lapide risalente al XVIII secolo, in cui si ricorda il culto di S. Cesareo e di S. Aloi, con una sintetica storia dell’edificio.
La sua struttura consta di una unica ampia navata, e perciò molto capiente. Nella facciata principale, rivolta verso la rupe che domina tutto il territorio circostante, sono collocate quattro statue, realizzate recentemente dallo scultore contemporaneo Romolo Rizzuti, collocate in altrettante nicchie, vi sono raffigurati, nell’ordine: S. Francesco di Paola, S. Sebastiano, patrono di Petilia, S. Pietro e S. Paolo. L’abside è una delle attrattive della chiesa: è decorata da un grande mosaico, realizzato nel 1970 da artisti fiorentini, e raffigura Gesù in mezzo ai discepoli.
La chiesa ospitava i culti dell’Annunziata e di S. Leonardo; ora ospita quello di S. Francesco di Paola, che dal 1946 divenne co-protettore di Petilia. Intorno al 1830 e fino al 1860 la chiesa fu retta dai padri "Ritirati", che la fecero assurgere a vero e proprio centro culturale del paese.
- Chiesa di Santa Maria Maggiore
Ad una navata con facciata semplice e timpano a due spioventi. Recenti lavori di manutenzione e aspetto moderno caratterizzano l’esterno di questo edificio, il portale reca, scritto nel sott'arco: “F.L.F.1834”. Interno con altare in finto marmo e soffitto con Agnello mistico col vessillo e il libro dipinto a muro. Finestre con sguancio ad unghia. I sedili del coro sono semplici con qualche concessione allo stile neoclassico. Gli arredi sacri e le opere d'arte non sono di grande interesse, sia per qualità che per stato di conservazio¬ne. essendo stati tardivi gli interventi restaurativi. Si ricorda un dipinto su tela raffigurante Sant'Antonio da Padova con un fanciullo inginocchiato, datato 1844 e commissionato da "D. Marianna Berardi"; un Cristo redentore in cartapesta; una Crocifissione su tela di mano accademica in condizioni precarie con fori e craquelure diffusa a grosse placche. Un sigillo di consacrazione in bronzo reca la data 1901. Un'acquasantiera ovale in marmo verde è murata a destra. Unico brano di un certo interesse è un piccolo portale sagomato ad angoli smussati di gusto tardobarocco in pietra giallo-crema architravato, che dà accesso alla sacrestia a destra.
- Chiesa del Rosario
Del 500, situata nel centro storico, sede dell'omonima Arciconfraternita. Ha una bella facciata con tre interessanti portali in pietra a tutto sesto, con architrave decorata a bassorilievo e terminante in uno pseudo frontone. Sopra i portali, rosoni e stemmi gentilizi, più in alto. L'interno, a tre navate, con barocchi. Sugli altari laterali, Sant'Anna e Santa Barbara, tele di un certo pregio. In fondo all'abside, in una nicchia, una Madonna col Bambino, bella scultura in marmo a tutto tondo di scuola del Gagini. Sull'altare della Confraternita, un quadro di Cristoforo Santanna.
Cenni storici
Discussa è l’origine di Petilia. Una diffusa quanto controversa ricostruzione la ricollega all’antica Petelia, città magnogreca che si vuole fondata da Filottete. Mitico guerriero elleno, figlio di Peante, compagno di Ercole, di ritorno dalla guerra di Troia, egli avrebbe costruito (intorno al 1185 a.C.) Petelia, insieme a Macalla, Chone e Crimisa. In realtà l’opinione degli studiosi più accreditati attribuisce a Strongoli l’antico toponimo, e così pure la leggenda riferita. Un’altra più prudente tesi ritiene quindi che l’attuale nome possa derivare dalla dominazione di un gruppo di petiliani, trasferitisi nell’entroterra bruzio per trovare riparo e costituire migliore difesa dai pericoli provenienti dalla costa (infestata dalla malaria e dalle incursioni esterne), contemporaneamente al dissolvimento delle polis magnogreche, e con esse Petelia. Controverso anche il significato del toponimo “Petilia”. Alcuni autori lo fanno derivare da Petilion = Ilion petivit; da Petomai, volo degli uccelli, da cui gli antichi traevano gli auspici; altri lo ricavano dall’osco Petilus, piccolo. Il termine “Policastro” fu aggiunto in seguito; deriva dal bizantino Paleocastro, da Palaion, antico castrum, castello, o semplicemente acropoli. Di sicuro si ha testimonianza di una pergamena, datata 226, ascritta ad un certo “Baimundus De Campana Baiulus Policastri Testis” (firmata in greco), dove ai nomi si accompagna più volte l’aggettivo Paleocastren. Della origine greca del paese non restano tracce evidenti, se non nella toponomastica (piazza Filottete, via Magna Grecia, ecc.), nell’idioma locale e nell’ambito culturale, in cui sono presenti ancora delle reminescenze. Sempre sulle tracce delle mitiche origini, si narra che i primi suoi abitanti siano stati Osci: gli Ausoni, Aux Ioni, abitanti dello Ionio. Più tardi gli Enotri - fuggiti dalla Grecia - giunsero anche a Petilia, ed in seguito a varie rivolte, cinquecento schiavi Lucani (parte degli Enotri) si rifugiarono in Sila, e per questo furono detti Bruzi, da Bretion, pece. Così Strabone vuole Petilia abitata dai Lucani (Bruzi- Lucani); Tito Livio dai Bruzi, confederati a Cosenza. E così, ai tempi della seconda guerra Punica, la vediamo alleata di Roma, retta da un governo aristocratico di Patres (senatori). Secondo la tradizione Petilia fu l’unica città a non arrendersi al cartaginese Annibale.
Allorchè i petilini mandarono ambasciatori a Roma per chiedere aiuto contro l’assedio, i senatori romani li esortarono a provvedere “da se stessi” e fare ciò che era più utile per la loro salvezza, non potendo venire in aiuto degli alleati per la recente disfatta di Canne. Petilia resistette per undici mesi all’assedio, ed invero non fu Imilcone (luogotenente di Annibale), ad espugnarla ma la fame. Petilia fu fedele a Roma e come afferma Valerio Massimo, “ad Annibale toccò di prendere non Petilia, ma il sepolcro della fedeltà petilina”. Silio Italico canta la gloriosa resistenza di Petilia nei suoi versi: “Fumabat versis incensa Petilia Tectis infelix fide miseraque secunda Sagunto at quondam Herculeam servare superba pharetram”. [Petilia arde, seconda (altra) Sagunto, distrutte le sue case, infelice vittima della sua fedeltà, essa che custodiva superbamente la faretra con le frecce di Ercole.] Se tutti questi riferimenti alla origine magnogreca del paese (e le vicende conseguenti) camminano sul confine, non sempre chiaro, tra storia e leggenda, maggiore chiarezza si ha per le vicende successive. Intorno al VII secolo d.C. Petilia venne occupata dai bizantini, che trovarono sul territorio l’humus ideale, per la forte ellenizzazione già presente; fu così che i monaci basiliani fondarono, nel IX sec., il romitorio che prenderà in seguito (nel 1523) il nome di S. Spina. In questo periodo l’asse storico portante passò dai paesi rivieraschi a quelli dell’entroterra, posti, come Petilia, su una sorta di roccaforte, per difendersi dalle scorrerie saracene.
Lo stesso sito di Petilia, su uno sperone di roccia, richiama le sembianze delle roccaforti militari, che i bizantini erano soliti costruire, dalle tipiche mura a scarpate. Fu così che Policastro, insieme a Belcastro e Mesoraca, formarono la cintura di difesa del Thema bizantino sulla valle del Tacina (Rocca Bernardi, l’attuale Roccabernarda, e S. Mauro, si ponevano invece come castra difensivi sullo spartiacque Neto-Tacina), come riferisce E. Infantino (Il giardino di Era, 1999, pag. 95). Dopo la dominazione bizantina arrivò, intorno alla seconda metà dell’XI secolo, quella dei normanni; si narra infatti che questi, nel 1065, guidati da Roberto il Guiscardo, assediarono Policastro e la distrussero, deportando anche i suoi abitanti, avviando così la latinizzazione del territorio: il romitorio (oggi S. Spina) passò ai monaci cistercensi della vicina abbazia di S. Angelo in Frigillo (Mesoraca), che gli imposero il nome di S. Maria degli Eremiti. Petilia entrò quindi a far parte del Regno di Napoli, di cui seguì il destino, con la dominazione dei francesi Angioini (sotto i Ruffo) prima, e degli spagnoli Aragonesi, poi. A testimonianza della signoria dei primi, si ricorda che l’attuale chiesa di San Francesco fu costruita sui ruderi di quella denominata, appunto, Santa Maria dei francesi. Al periodo aragonese, poi, risalgono i documenti (riferiti dal D. Sisca, Petilia Policastro, 1964, pag. 116 e ss.) attestanti i privilegi accordati a Policastro, tra cui quello di non essere asservito ad alcun barone, vale a dire la concessione delle libertà civiche alla Università di Policastro, che durarono fino a quando, a partire dal XVI sec., i Caraffa assunsero il dominio della città. Successivamente, sotto i Caracciolo (metà del XVI sec.), Policastro ritrovò una certa autonomia amministrativa, e se ne attribuisce particolare merito ad Isabella, duchessa di Castrovillari.
A seguito del rovinoso terremoto del 1638, Petilia venne venduta, ed ebbe un cinquantennio di asservimento al Granducato di Toscana, che la governò attraverso Filippo de Vigliegas. Seguì una serie di dominî che si succedettero l’uno all’altro, fra cui spiccano quelli di casa Campitelli e, infine, quello del principe Giovambattista Filomarino, che viene considerato l’ultimo feudatario di Petilia, conseguenza dei principî della Rivoluzione francese, portati dalla dominazione napoleonica. L’8 marzo 1832, il devastante terremoto che sconvolse il Marchesato distrusse Petilia (e con essa numerose tracce del suo passato), e si dovette procedere ad una faticosa ricostruzione. Nel 1861 la storia di Petilia comincia a confondersi con quella dell’unificazione d’Italia; delle lotte che la accompagnarono restano, nell’immaginario collettivo, i racconti delle gesta dei briganti: fra tutti spiccano le figure leggendarie di Leonardo Spinelli e Vincenzo Scalise, detto Panegrano, quest’ ultimo brutalmente ucciso il 18 agosto 1863, e la cui testa fu appesa ad un olmo in corso Giove.
Santo Patrono: San Sebastiano - 20 gennaio
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